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Tirocinio all’estero e esiti
occupazionali
Una
analisi sulla destinazione lavorativa di musicisti diplomati in Conservatori
italiani che hanno svolto un tirocinio professionale con il progetto
Working with
Music
di Sergio
Lattes
Coordinamento
del progetto: Lucia Di Cecca
Analisi statistiche e grafici: Emanuele Della Camera, Gianrico Di Fonzo
alla redazione del
questionario hanno contribuito Giunio Luzzatto e Stefania Mangano,
dell'Università di Genova
marzo - aprile 2015
______________________
Indice
Parte prima:
presentazione della ricerca
1.1
Premessa
1.2 Il questionario
1.3 Il campione
Parte seconda: gli esiti occupazionali
2.1.
Alcune particolarità
2.2. Dove lavorano
2.3.
Che lavoro fanno
2.4. Tipi di rapporto di lavoro, e reddito
2.5. Coerenza fra titolo di studio, tirocinio e lavoro
Parte terza:
il feed-back sul tirocinio
Working with Music
3.1. Il tipo di istituzione ospitante
3.2. Il tipo di tirocinio
3.3. Rapporto fra tirocinio e lavoro
3.4. La valutazione del tirocinio
Conclusione:
alcune considerazioni
*******
Parte prima:
presentazione della ricerca
1.1. PREMESSA
Questo
lavoro nasce in occasione della conclusione della quarta edizione del progetto
Working with Music, coordinato dal
Conservatorio di Musica di Frosinone e condotto nell’ambito del Programma
europeo Leonardo da Vinci. Il
progetto, nato nel 2010, ha il fine di dare a giovani diplomati di Conservatori
di Musica italiani la possibilità di realizzare esperienze di tirocinio
professionale in Europa. Nell’arco dei primi 4 anni di vita il progetto ha
coinvolto gli istituti superiori musicali di 10 città (Bari, Genova, L’Aquila,
Monopoli, Padova, Torino, Trieste, Verona, Livorno oltre a Frosinone che del
progetto è capofila) e ha consentito finora a 127 giovani musicisti italiani di
svolgere tirocini in Europa. Sono strumentisti, pianisti accompagnatori e
maestri sostituti, cantanti, musicoterapisti, jazzisti, tecnici del suono,
compositori, direttori d’orchestra. Si sono recati presso teatri, orchestre,
conservatori di musica, accademie, università, festival, ospedali, centri di
riabilitazione, chiese, studi di registrazione, organizzazioni musicali di vario
genere.
Nella ricerca sono stati coinvolti i giovani che avevano
terminato il tirocinio entro l’estate del 2014, allo scopo di ricevere risposte
che non nascessero dall’entusiasmo di una esperienza appena conclusa ma che
fossero comunque maturate dal tempo. Nel periodo febbraio-marzo 2015, 82 di
questi giovani hanno risposto a un questionario su alcuni aspetti della loro
esperienza. Il questionario è stato predisposto da chi scrive e da Lucia Di
Cecca, coordinatrice di Working with
Music, e supervisionato da Giunio Luzzatto, professore emerito
dell’Università di Genova, autorevole esperto di valutazione universitaria. Due
giovani laureandi in Statistica dell’Università La Sapienza di Roma hanno
contribuito all’analisi statistica dei dati emersi dal questionario, e alla
compilazione dei grafici che seguono.
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1.2. IL QUESTIONARIO
Il
questionario si prefiggeva l’obiettivo di
mettere in relazione l'esperienza di tirocinio compiuta in
Europa, attraverso il progetto Working
with Music, con l'attuale condizione professionale/occupazionale di ciascun
partecipante.
Le informazioni richieste riguardavano essenzialmente:
1)
Il profilo
professionale-musicale di ciascun diplomato, determinato dal suo titolo di
studio musicale (o dai suoi titoli di studio musicali), e gli altri eventuali
elementi significativi della sua formazione;
2)
L’attuale
collocazione lavorativa, e la sua attinenza con il settore musicale. In questo
caso ulteriori informazioni riguardavano la sede (in Italia o all’estero, o in
Italia e anche all’estero), il tipo
di lavoro musicale svolto (insegnamento, performance,
organizzazione/programmazione ecc.), le sue caratteristiche. In aggiunta,
venivano richieste alcune informazioni sul tipo di rapporto di lavoro
intrattenuto (contratto, prestazioni occasionali) e sul reddito ottenuto
nell’anno 2013.
3)
Il ruolo che,
a giudizio degli intervistati, il tirocinio realizzato aveva svolto nei
confronti della successiva attività lavorativa. Di questo gruppo facevano parte
domande sull’esistenza di tale relazione fra tirocinio e lavoro, e in caso
positivo su alcuni aspetti di questa relazione: se il tirocinio avesse generato
contatti utili per l’attività lavorativa, nuove competenze, nuove capacità di
relazione con gli altri, e simili. Inoltre si chiedeva quanto tempo fosse
trascorso dalla conclusione del tirocinio, e quale valutazione complessiva ne
dessero gli interessati. Quest’ultima domanda prevedeva la possibilità di
indicare per esteso sia quali fossero gli effetti positivi indotti
dall’esperienza di tirocinio, sia quali fossero eventualmente i limiti di questi
effetti o anche la totale assenza di effetti del tirocinio sulla successiva vita
lavorativa.
Il questionario conteneva
domande chiuse a risposta singola, domande chiuse a risposta multipla, domande a
risposta aperta. Queste ultime hanno reso
necessario un lavoro di “interpretazione” delle risposte per poterle
classificare in gruppi relativamente omogenei. Poiché il lavoro di
classificazione ha comportato la perdita della parte più schiettamente
soggettiva delle risposte, ci ripromettiamo di riportare in altra sede tali
risposte per esteso.
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1.3. IL CAMPIONE
Come
accennato in precedenza, il questionario ha raggiunto 82 partecipanti al
progetto. Per dare a questo numero un significato quantitativo, si può
rammentare che nell’A.A. 2013-14 (l’ultimo per il quale siano disponibili dati
del Miur) l’intero sistema dell’alta formazione musicale italiano ha licenziato
1455 diplomati di II livello. Un campione di 82 diplomati rappresenta dunque
poco meno del 6% del totale dei diplomati di II livello in un anno in tutta
Italia. Dunque un campione non piccolissimo.
Per caratterizzare il campione si è preliminarmente
proceduto a una classificazione della formazione degli intervistati. Poiché
spesso i giovani musicisti conseguono molteplici titoli di studio in specialità
diverse (per esempio diversi strumenti musicali, oppure uno strumento e il corso
di Composizione o quello di Didattica delle musica, e così via) si è fatto
ricorso al concetto di identità musicale.
Tale identità coincide con il corso di studi seguito e il titolo conseguito, nel
caso di coloro che hanno seguito una unica specialità musicale (per esempio uno
strumento) e conseguito il relativo titolo di studio. Nel caso invece di
molteplici specialità musicali e molteplici titoli di studio, si è cercato di
evincere dalle altre sezioni del questionario appunto quella che si è definita
identità musicale, cioè la caratterizzazione professionale predominante con cui
il giovane musicista ha intrapreso il proprio percorso lavorativo.
Ciò premesso, le “identità
musicali” dei partecipanti sono state rilevate come appare in questo grafico.

Qual è la relazione fra la composizione del nostro campione e
l’universo dei diplomati di II livello in un anno in tutta Italia, che abbiamo
scelto come termine di confronto?
Prima di rispondere a questa domanda, vanno ricordate alcune
circostanze particolari. L’alta formazione italiana è tutt’ora in una fase di
complicata transizione, per cui all’insieme dei diplomati di II livello si
affiancano quello dei diplomati di I livello e quello dei diplomati secondo
l’ordinamento previgente alla riforma, il quale seppure “ad esaurimento”
continua a funzionare e a licenziare nuovi diplomati, e lo farà ancora per vari
anni. A questi tre comparti si affianca l’insieme, più numeroso, degli studenti
dei corsi pre-accademici, i quali ovviamente non conseguono diplomi ma
attestati, e numericamente costituiscono oggi la grande maggioranza della
popolazione dei Conservatori di musica. Fra tutti questi insiemi diversi abbiamo
dunque scelto come termine di confronto soltanto quello dei diplomati di II
livello nell’anno accademico 2013-14.
La seconda circostanza particolare che va rammentata è che
le statistiche del Miur mostrano una straordinaria molteplicità di denominazioni
per i titoli erogati dall’Alta Formazione. Chi si trovi, come a chi scrive è
successo, a dover raggruppare i diplomati secondo le categorie di uso comune
(pianisti solisti o accompagnatori/collaboratori, strumentisti ad arco o a
fiato, compositori, musicisti che si occupano di nuove tecnologie e/o di
attività in studio audio-video eccetera) si trova davanti a una vera e propria
selva di denominazioni dei titoli, che in parte può derivare dall’evoluzione
recente delle professioni musicali, e in parte probabilmente indica lo scarso
coordinamento fra gli istituti nel dare alle stesse cose lo stesso nome.
Ciò premesso, il confronto fra le “identità musicali”
presenti nel nostro campione e quelle dell’universo dei diplomati è la seguente:

Come si vede, rispetto all’universo dei diplomati di II
livello il campione WWM è sovradimensionato quanto a pianisti, musicoterapisti,
organisti, arpisti, compositori, jazzisti, strumentisti ad arco, e lievemente
per Nuove tecnologie. E’ invece sottodimensionato quanto a chitarristi,
cantanti, strumentisti a fiato (rispetto al grafico precedente gli strumentisti
jazz e i cantanti jazz sono raccolti in un unico insieme.) Nel quadro nazionale
sono poi presenti altre identità o categorie di diplomati che nel nostro
campione non sono rappresentate.
Si è inoltre raccolto il dato dell’eventuale possesso di un
titolo universitario vero e proprio. Ricordiamo a questo proposito che in
Italia, dopo la riforma del 1999, l’istruzione musicale terziaria è considerata
equipollente sotto certi aspetti a quella universitaria, ed eroga titoli di
studio che vanno denominati diplomi accademici di I e II livello, ma non lauree.
I criteri dell’equipollenza, allo stato attuale, sono definiti dalla legge 228
del 24 dicembre 2012.
La
percentuale di coloro che hanno conseguito
anche una laurea è dunque nel nostro
campione il 29%, cioè poco meno di un terzo.
Manca nelle statistiche ministeriali un riferimento che consenta il confronto
con l’universo dei diplomati per questo aspetto.
Abbiamo anche tenuto conto dei diplomati che avevano più
titoli di studio in specialità diverse (in questo conto non abbiamo compreso i
diversi livelli di uno stesso corso di studi, per esempio diploma accademico di
I e di II livello in violino).
Questo dato ammonta nel nostro caso al 38% del campione.
Come vedremo poco oltre, questo dato si è rivelato
interessante e significativo nella sua relazione con il successo lavorativo.
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Parte seconda
GLI ESITI OCCUPAZIONALI
Il 71% degli
intervistati dichiara di lavorare attualmente in ambito musicale, e il 21% di
lavorare almeno in parte in ambito musicale. Solo 7 persone (meno del 10%)
dichiarano di non lavorare attualmente in ambito musicale.
Questo dato certamente non può essere generalizzato
all’universo dei diplomati, e non solo per la diversa composizione del campione.
Va considerato che i giovani musicisti che hanno avuto accesso al progetto
Working with Music sono stati
selezionati dai meccanismi di reclutamento del bando. Ma soprattutto sono stati
soggetto di una autoselezione: per
decidere di proporsi per un tirocinio professionale all’estero occorre una seria
motivazione, una certa capacità di auto-valutazione, la disponibilità a
separarsi per un periodo dal proprio contesto di vita e di relazione, un certo
livello di competenza linguistica e così via. Tutto ciò sembra autorizzare
l’ipotesi che questi giovani costituiscano in qualche modo una minoranza
avanzata sotto vari punti di vista, piuttosto che un campione rappresentativo
della generalità dei diplomati. E quindi probabile che il 92% per cento che nel
campione WWM risulta lavorare, in tutto o in parte, in ambito musicale possa non
trovare riscontro a livello nazionale.
Questa ipotesi dovrebbe naturalmente essere verificata. Ma
questo attualmente non risulta possibile perché non esistono dati ufficiali sul
follow-up lavorativo dei diplomati dei Conservatori italiani.
2.1. ALCUNE PARTICOLARITA’
La piccola minoranza che
non lavora in ambito musicale è
costituita da 7 intervistati, dei quali
•
1 proviene da Nuove Tecnologie
•
2 da Archi
•
3 da Pianoforte
•
1 da Canto
Alcune osservazioni vanno fatte
a proposito dei pianisti, che come
abbiamo visto costituiscono la maggioranza relativa (22%) del campione WWM.
Coloro che hanno un titolo come
accompagnatore o collaboratore
sono
•
il 50% dei
pianisti nel campione WWM
•
il 14% dei
pianisti nell’universo dei diplomati di II livello 2013-14
I pianisti
che hanno conseguito il titolo come accompagnatore o collaboratore sono dunque
molto più presenti nel campione WWM che non in ambito nazionale.
Questo dato può avere diverse interpretazioni. Ciò che però va osservato subito
è che i pianisti che non lavorano in
ambito musicale hanno tutti conseguito il titolo accademico come «solisti» o
come «interpreti» o come «concertisti». Viceversa e specularmente, nessuno fra i
pianisti che hanno conseguito il titolo come accompagnatore o collaboratore
risulta musicalmente disoccupato.
Un secondo tema che richiama una particolare attenzione è quello delle attività
che abbiamo chiamato di
gestione:
organizzazione, programmazione artistico-culturale.
Oltre un
quarto
del campione dichiara di avere nella propria vita lavorativa
anche una componente di
management, o di organizzazione, o di programmazione artistica. Questo dato, di
per sé evidente e incontrovertibile, si offre a interpretazioni diverse.
Certamente uno dei fattori che concorrono a formarlo è la crescente
caratteristica di autoimprenditorialità che le professioni musicali vanno
assumendo, obbligando il musicista a formarsi una serie di competenze necessarie
per essere imprenditore di se stesso. Per altro verso bisogna evocare una
evoluzione generale dell’organizzazione musicale, che vede competenze di tipo
manageriale dislocarsi ben al di là delle professioni che tradizionalmente le
richiedono (direzione artistica e simili): qualcosa come una imprenditorialità
diffusa, e vieppiù diffusa man mano che si vengono indebolendo i presìdi
tradizionali dell’organizzazione musicale: teatri e orchestre stabili, con
personale dipendente.
Ebbene, se consideriamo i corsi di diploma specificamente
vocati al Management musicale/culturale nei Conservatori italiani, i diplomati
2013 sono 8, ossia lo 0,55% del totale. Questo dato riguarda coloro che sono
(presumibilmente) avviati verso una professione
in primo luogo manageriale.
Ma quanti degli altri 1447 diplomati (il restante 99,45%
del totale) hanno incontrato almeno una
volta, nel loro percorso di studi, discipline afferenti la gestione
culturale della musica? Per rispondere a questa domanda occorrerebbe compiere
una ricerca, certamente molto complicata, nella sterminata congerie dei piani di
studio di tutti gli istituti.
Certamente tuttavia non è azzardato ipotizzare che si tratti
di una frazione molto modesta, che non collima con la diffusione che abbiamo
appurato (fino al 25%) delle competenze di tipo gestionale nella professione
musicale. In altri termini appare credibile l’ipotesi che questa specifica
angolazione degli studi musicali sia fortemente sottovalutata e
sottodimensionata nei Conservatori.
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2.2. DOVE LAVORANO

Questo grafico indica che:
·
quasi un terzo dei giovani che hanno svolto un tirocinio all’estero svolge oggi
la sua vita lavorativa esclusivamente all’estero;
·
un ulteriore quarto del campione svolge comunque attività all’estero. Si tratta
probabilmente per lo più di persone che vivono in Italia e hanno mantenuto
contatti e attività all’estero;
·
L’estero è dunque presente nella vita professionale di oltre metà del campione.
Il grafico successivo indica il lavoro
solo in Italia/solo all’estero/in Italia
e all’estero
distinguendo fra le diverse «identità musicali».

Se escludiamo i casi di Chitarra, Organo e Musicoterapia
che sono numericamente molto piccoli e quindi meno attendibili in senso
statistico, si vede che i musicisti che si occupano di Nuove Tecnologie sono
quelli che più di tutti hanno trovato lavoro all’estero. I pianisti (che,
ricordiamo, nel nostro campione sono tutti
anche accompagnatori o collaboratori)
sono invece il gruppo che più di tutti lavora sia in Italia che all’estero.
Compositori e cantanti seguono, non troppo discosti. I jazzisti invece sono il
gruppo che lavora di più solo in Italia. Questo dato potrebbe far pensare
(sorprendentemente?) che il nostro Paese offra più chances ai jazzisti che non
ai musicisti “classici”.
Più in generale, il dato che richiama l’attenzione è che
oltre il 30% dei diplomati del campione
è andato a lavorare definitivamente, o quanto meno per un lungo periodo,
all’estero.
Questo dato si presta a considerazioni diverse. Una prima è
che – verosimilmente - i nostri giovani non sono meno preparati di quelli di
altri Paesi, e possono venire valorizzati anche in Paesi considerati
musicalmente più avanzati del nostro (beninteso, anche questo deve riferirsi al
campione esaminato e non può considerarsi esteso ai diplomati su scala
nazionale).
Una seconda possibile lettura, di segno diverso, è che
questo dato costituisca invece un problema. Un problema per gli interessati: a
molti non piace dover emigrare per trovare lavoro. Un problema per il Paese: la
perdita di talenti e di menti, e una pesante
perdita economica. Dall’inizio al compimento degli studi la formazione di un
giovane qualificato costa al contribuente molto denaro, e questo investimento -
anziché ritornare nel tempo - viene donato senza contropartita a un altro Paese.
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2.3. CHE LAVORO FANNO
Nel chiedere il tipo di attività lavorativa svolta, il
questionario offriva la possibilità di risposta multipla. Una volta escluso il
piccolo gruppo che non svolge lavoro musicale,
più di 4/5 degli intervistati hanno
dichiarato di svolgere, nell’ambito del proprio lavoro, più tipi di attività
(è quella che in inglese si usa chiamare
portfolio career). Questo dato può essere interpretato in modi molto diversi
ma sembra in ogni caso prevalente, e indicativo dell’attuale condizione
lavorativa.
Il secondo dato da osservare è che
il 75% (3 su 4) ha indicato
l’insegnamento come presente fra le proprie attività lavorative, e
una percentuale lievemente maggiore ha
incluso la performance fra le proprie attività (nel caso dei pianisti
abbiamo considerato come performance anche l’attività di
collaborazione/accompagnamento). Va rilevato anche che
oltre un quarto del campione ha indicato
che nel proprio lavoro è presente la componente di tipo
organizzativo/gestionale.
Con percentuali più basse sono state indicate anche altre
attività. 10 intervistati hanno indicato presenti nel proprio lavoro attività
compositive; altrettanti hanno
incluso attività in studio audio/video;
6 hanno dichiarato di svolgere anche attività
musicoterapiche; 5 di operare anche
nel sociale.
Ancora qualche osservazione.
Solo 2 compositori su 5 hanno indicato
la composizione come parte del proprio lavoro. Hanno però dato la stessa
indicazione anche 3 jazzisti, 2
diplomati in Nuove Tecnologie, 2 strumentisti ad arco, 1 strumentista a fiato, 1
musicoterapista, 1 organista. Questo dato sembra particolarmente
interessante: mentre il mestiere di “compositore puro” sembra restringersi a
pochi casi, e i diplomati in Composizione vanno a fare anche lavori diversi,
viceversa competenze compositive
sembrano diventare parte integrante dell’attività di musicisti il cui profilo
professionale tradizionalmente non incrocia il corso di Composizione.
Infatti dei casi citati solo Nuove tecnologie (per alcuni profili formativi e
non per tutti) e Organo contengono elementi di Composizione nel loro percorso
formativo. Nel Jazz in modo costititutivo la composizione e l’esecuzione sono
più vicine fra loro che nella prassi “classica”. Non è scontata invece la
presenza di competenze e di attività compositive nel caso degli strumentisti ad
arco e a fiato, e dei musicoterapisti. Si tratta di un dato che potrebbe
costituire utilmente oggetto di riflessione in sede accademica.
Analogamente, il numero degli intervistati che hanno
dichiarato anche attività di
musicoterapia è superiore a quello dei musicoterapisti perché comprende anche un
cantante e un jazzista; e il gruppo che lavora
anche in studio audio/video
comprende, oltre ai diplomati in Nuove Tecnologie (salvo uno che è rimasto
all’estero a fare un dottorato, e di questo parleremo più avanti) anche 3
jazzisti e 2 strumentisti classici: probabilmente in veste di esecutori. Anche
queste indicazioni potrebbero essere oggetto di riflessione in ambito
accademico.
Il grafico seguente scompone i dati in funzione delle
“identità musicali”, e indica quale spazio i diversi tipi di attività occupano
nel lavoro dei diversi tipi di musicista.

Come si vede la
performance occupa al 100% il lavoro dei diplomati in Nuove Tecnologie (per
i quali s’intende come performance l’attività in studio di registrazione), ma
anche costituisce quasi la metà della vita professionale degli strumentisti e
dei cantanti. E’ minore, comprensibilmente, per i compositori e i
musicoterapisti (per questi ultimi l’attività performativa va intesa nel senso
stretto di esecuzione musicale, e non di svolgimento dell’attività
musicoterapica che offriva una casella ad hoc).
Attività di tipo
didattico sono presenti per tutti, salvo Nuove Tecnologie, con una punta più
alta per compositori. Come accennato prima, in quasi tutti i profili è presente
la componente delle attività di tipo
gestionale/organizzativo, e a questo proposito rinviamo alle osservazioni
formulate a pag. 7-8.
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2.4. TIPI DI
RAPPORTO DI LAVORO, E REDDITO
La lettura e la valutazione di questi dati si prestano
facilmente ad errori di valutazione, e questo principalmente perché le
indicazioni richieste nel questionario erano molto sommarie.
In particolare, era richiesto di indicare se lavorano con
contratto, con prestazioni occasionali, o in entrambe le forme.
Le espressioni “contratto” e “prestazione occasionale”
inducono a pensare rispettivamente a lavoro stabile, e lavoro precario. Così non
è: hanno indicato di lavorare a contratto persone che poi risultavano aver fatto
una supplenza di due settimane in una scuola. Viceversa, hanno indicato di
lavorare solo a prestazione occasionale persone che, se si leggono con
attenzione altri dati, hanno probabilmente avviato una libera professione
economicamente ben strutturata. Occorre perciò leggere questi dati tenendo conto
di queste ambiguità.
Anche i dati sul reddito non sempre appaiono attendibili, e
qualche volta contraddicono patentemente altre indicazioni fornite. Inoltre, in
linea generale si può ipotizzare una certa ritrosia a dare questo tipo di
informazioni.
Ciò premesso,
•
il 16% del
campione dichiara di lavorare a contratto.
•
il 37%
dichiara di avere sia rapporti a contratto che prestazioni occasionali.
•
il 43%
dichiara di avere solo prestazioni occasionali.
•
qualcuno non
ha risposto.
Esaminando più partitamente i dati, e riferendoli alle
diverse “identità musicali”:

Quanto al reddito…
•
Più della
metà indica, per l’anno 2013, un reddito da lavoro musicale inferiore a 5000
euro.
•
Il 22% indica
un reddito compreso fra 5 e 10.000 euro.
•
Il 12% indica
un reddito superiore a 10.000 euro.
•
Il numero di
coloro che non hanno risposto coincide con quello di coloro che non hanno lavoro
musicale.
Pur con la riserva sui dati relativi al reddito che abbiamo
espresso poc’anzi, non si può sottrarsi all’impressione che si tratti comunque
di redditi molto bassi.
Mettendo i dati sul reddito in relazione con le identità
musicali:

Anche qui teniamo poco conto dei chitarristi, organisti e
musicoterapisti che sono gruppi molto piccoli. Per tutti gli altri la colonna
blu (reddito inferiore a 5000) sopravanza quella arancione (reddito oltre 5000),
con il caso estremo dei cantanti, mentre si “salvano” i jazzisti, dove per gli
strumentisti le due colonne si avvicinano, e nel caso dei cantanti i casi di
reddito più alto sopravanzano quelli di reddito più basso.
Un altro dei dati raccolti ci permette di mettere in
relazione il reddito con l’anzianità di conseguimento del titolo.

Fermo restando che si tratta di redditi non soddisfacenti, il
guadagno è migliore oltre 3 anni dal conseguimento del titolo, mentre i redditi
molto bassi prevalgono quando l’anzianità del titolo è compresa fra 1 e 3 anni.
Più interessante risulta l’analisi del dato successivo, cioè
la relazione fra reddito e avere/non avere più titoli di studio musicali
(eterogenei, non si considerano i diversi livelli di un medesimo corso di
studi).

Questo grafico sembrerebbe autorizzare l’interpretazione che
il possesso di una formazione musicale più ricca ed eterogenea abbia
un’influenza sul successo lavorativo.
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2.5. COERENZA FRA TITOLO DI STUDIO, TIROCINIO E LAVORO
L’incrocio e l’interpretazione dei dati hanno consentito di
fare alcune ipotesi su questi temi. Beninteso si fa affidamento sui dati
disponibili, cioè sulle dichiarazioni degli intervistati laddove descrivono il
proprio lavoro.
Stando a
questi dati, il tirocinio svolto con il progetto WWM appare coerente con il
titolo di studio nell’89% dei casi, e il lavoro attualmente svolto appare
coerente con il titolo di studio nel 90% dei casi.
Questi risultati estremamente soddisfacenti non possono
certamente essere generalizzati all’universo dei diplomati italiani. E questo
per due ragioni. La prima è l’insieme di considerazioni richiamate all’inizio di
questo capitolo (pag. 6, secondo capoverso),
che inducono a pensare che i diplomati WWM siano in
qualche modo un’aristocrazia rispetto alla generalità dei diplomati.
La seconda ragione che ci impedisce di generalizzare questi
risultati è anch’essa già stata espressa, ed è l’assenza di qualsiasi dato sugli
esiti occupazionali nelle statistiche ministeriali.
In tema di coerenza fra titolo di studio e lavoro un caso
particolare è quello dei pianisti.
Considerando che il loro lavoro attuale comprende sempre
l’accompagnamento/collaborazione,
se consideriamo
coerente il solo titolo di studio di «accompagnatore» o «collaboratore» e non il
generico diploma in Pianoforte (che comprende gli indirizzi variamente
denominati come “concertistico”, “solistico”, “interpretativo” e simili), allora
la coerenza titolo di studio/lavoro
scende intorno al 50%. Questa percentuale, come si ricorderà, coincide con
quella dei pianisti che, nel campione, hanno conseguito il titolo di
accompagnatore o collaboratore.
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Parte terza
IL FEED-BACK SUL TIROCINIO WWM
3.1. IL TIPO
DI ISTITUZIONE OSPITANTE
Il primo dato che andiamo a esporre è quello dei tipi di
istituzioni nelle quali si sono svolti i tirocini
Working with Music degli 82
intervistati. Il grafico seguente illustra le proporzioni fra i diversi tipi di
istituzioni ospitanti.

3.2. CHE TIPO DI TIROCINIO
Il questionario chiedeva quindi di definire liberamente il
tipo di tirocinio effettuato.
Quasi tutti hanno indicato di avere svolto diversi generi
di attività. Le descrizioni erano libere, ma abbiamo potuto radunarle nei
seguenti tipi:
•
Tirocinio
didattico
•
«
esecutivo
•
«
gestionale
•
«
compositivo
•
«
tecnologico
•
«
musicoterapico
•
«
musicologico
Il
grafico qui di seguito riporta l’indicazione che ciascuno di loro ha messo
per prima.

3.3. RAPPORTO FRA TIROCINIO E LAVORO
Il questionario chiedeva di indicare se l’intervistato
riteneva che ci fosse un rapporto tra il tirocinio svolto con
Working with Music e il lavoro
successivo. Questa domanda ha incontrato
l’83% di risposte affermative.
E’ stato poi chiesto per quali ragioni il tirocinio sia stato
d’aiuto per il lavoro svolto successivamente. Questa domanda ammetteva varie
risposte, che sono sintetizzate nel grafico che segue.

Alla successiva domanda, quali competenze in particolare
avesse fornito l’esperienza di tirocinio, le risposte possibili erano multiple e
qui sono indicate quelle che sono state fornite come prima indicazione.

[Nb:
art/prof sta per artistico/professionali]
Come si vede, anche qui una percentuale non trascurabile
(6%) del campione ha indicato come prima
indicazione l’acquisizione di competenze di tipo gestionale.
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3.4. LA VALUTAZIONE DEL TIROCINIO
E’ stato chiesto infine agli intervistati di esprimere una
valutazione del loro tirocinio, scrivendo liberamente.
Gli intervistati avevano a disposizione 3 campi liberi, non
in alternativa fra loro:
–
«Oggi pensi
che il tuo tirocinio abbia avuto effetti positivi, perché…»
–
«Oggi
pensi….avuto effetti limitati, perché…»
–
«Oggi
pensi…avuto nessun effetto, perché…»
e potevano quindi scrivere in più di un campo.
Questi i risultati, quanto a utilizzo dei 3 campi:
•
Il 90% degli
intervistati ha riempito il campo «Oggi pensi…effetti positivi».
•
Il 16%
ha riempito sia il
campo «effetti positivi» sia
il campo «effetti limitati».
•
L’8% ha
riempito solo il campo
«effetti limitati».
•
2
intervistati hanno riempito sia
il campo «effetti limitati»
sia il campo «nessun effetto».
•
Nessuno
ha riempito solo il
campo «nessun effetto»
Non è possibile qui riferire la molteplicità delle risposte, alcune delle quali
sono molto lunghe. Abbiamo però cercato, sforzandoci di non distorcerne il
senso, di accorparle in gruppi più o meno omogenei.
Le risposte del 90% che ha riempito il campo “Oggi valuti
positivamente gli effetti della tua esperienza di tirocinio, perché…” possono
essere così classificate:

Da notare il piccolo
gruppo che ha trovato nel tirocinio l’opportunità di studi ulteriori: si tratta
del terzo livello degli studi, il dottorato di ricerca, che nell’alta formazione
musicale italiana non è stato attivato e pertanto può essere svolto solo
all’estero.
Il 24% degli intervistati
ha compilato il campo “Oggi pensi che la tua esperienza di tirocinio abbia avuto
effetti limitati, perché…”. Ricordiamo che questa domanda non era in alternativa
alla precedente (effetti positivi), tant’è che due su tre fra coloro che hanno
compilato questo secondo campo avevano compilato anche il primo.
Le motivazioni di coloro
che pensano che il tirocinio abbia avuto effetti limitati sono riassumibili come
indicato dal grafico seguente.

Va osservato in particolare che la risposta “non ci sono
state ricadute o conseguenze lavorative/manca il lavoro in Italia” (che è
maggioritaria in questo grafico) non è molto dissimile dalla risposta “ho
trovato nel tirocinio la spinta per rimanere all’estero/ho trovato possibilità
che non avrei avuto in Italia”, presente nel campo
effetti positivi con il 4%. La somma
di queste risposte abbastanza simili distribuite nei due campi costituisce un
significativo 16% degli intervistati. Se ne deduce che l’aver trovato lavoro
all’estero è stato talvolta valutato allo stesso tempo positivamente (aver
trovato lavoro) e negativamente (averlo trovato all’estero e non in Italia).
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CONCLUSIONE: ALCUNE CONSIDERAZIONI
Il bilancio del progetto
Working with Music, quale emerge
dalle risposte al questionario, è certamente di gran lunga positivo. In
particolare va ricordato che Il 90% degli intervistati ha attribuito al proprio
tirocinio effetti positivi sul lavoro trovato in seguito.
Inoltre:
•
Il 92% lavora
in tutto o in parte in ambito musicale.
•
Il 90%
ritiene di avere un lavoro coerente con la formazione ricevuta.
•
Per il 56% di
loro l’estero è parte integrante della propria vita professionale.
Rimangono tuttavia aperti alcuni problemi di fondo, che dal
questionario emergono con chiarezza.
I dati sul reddito, per quanto limitatamente attendibili,
suggeriscono una collocazione lavorativa insoddisfacente.
La forte percentuale di emigrazione non può non essere intesa
come un problema, e ne abbiamo fatto cenno più sopra. Certo è che questo dato
non appare oggi specifico del settore musicale. Se ne legge ampiamente sulla
stampa, è presente nel discorso politico, è emerso agli occhi della pubblica
opinione. Non è appunto un problema dei giovani musicisti più di quanto sia un
problema dei giovani italiani, cioè del Paese.
Rimane in chi s’interessa al destino dei giovani musicisti
italiani il disagio per l’indisponibilità di dati ufficiali del Miur sugli esiti
occupazionali dei diplomati dei Conservatori. E’ come dire che, sedici anni dopo
la riforma, il sistema dell’alta formazione musicale non conosce i risultati
della propria attività, e quindi le ragioni della propria esistenza.
In questo senso l’iniziativa di monitoraggio intrapresa
dal progetto Working with Music sul
piccolo campione dei propri partecipanti, se certamente nei risultati non è
generalizzabile alla totalità dei diplomati italiani, è tuttavia un
primum, e c’è da augurarsi che possa
incoraggiare l’avvio di un processo virtuoso.
Aprile 2015
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