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TEORIA DELLA MUSICA, SOLFEGGIO
(PARLATO?) E RIFORMA DEI CONSERVATORI
di Giovanna Sorbi*
Da molto tempo si dibatte sull’utilità di una
rigida formazione ritmica che parte dalla pronuncia del nome delle note. La
sensibilità sull’argomento, acuita dalle sperimentazioni che in alcuni
Conservatori si praticano quotidianamente, è molta e molti sono i tentativi di
ingentilire, ammorbidire, far digerire o abbellire una pratica che non trova
grossi riscontri nei programmi di altri Stati europei ed extra-europei.
In pratica, il solfeggio parlato ce l’abbiamo solo noi italiani.
Nel Nuovo Ordinamento si parla chiaramente di abolirlo o modificarlo, ma in
quale direzione non è chiaro. I Trienni prevedono un livello avanzato per
l'ammissione: si suppone che uno che suoni il pianoforte o il violino a livello
di settimo corso, il solfeggio l'abbia dietro di sé. Ma non è sempre così: me ne
rendo conto quando mi trovo a correggere errori di suddivisione in orchestra da
parte di musicisti che non hanno mai solfeggiato, o lo hanno fatto male. Una
vera sofferenza.
Alcuni Conservatori per l'ammissione al Triennio pongono come condizione il
conseguimento della licenza di solfeggio (per fortuna), come materia riservata
alla preparazione antecedente. Personalmente non lo ritengo affatto inutile.
Nello stesso tempo, sempre a proposito dei Trienni, altri insegnanti -
all’interno di neonati e a volte improbabili Dipartimenti (Strumenti a tastiera
con Fisarmonica? vero, la tastiera c’è, ma in verticale!) - ci chiedono di
attivare corsi di Percezione, Formazione dell’orecchio (armonico, melodico, e
quant’altro..), Teoria avanzata della Musica, Ear trainig, il tutto rivolto ad
un’utenza che dovrebbe dare per acquisite le competenze base necessarie al
musicista.
Contemporaneamente non diminuisce la pressione sulle nostre classi, almeno al
Conservatorio di Milano: i nuovi allievi che si iscrivono al Conservatorio, in
età variabile dai 10 ai 15 anni, pur avendo magari già acquisito competenze base
sullo strumento, quasi mai sono forniti di adeguata preparazione
ritmico-melodica: in realtà la musica la sanno leggere pochissimo, e quel
pochissimo è molto approssimato.
Ed ecco quindi che torniamo in campo noi, a fare da balie musicali nei primi
anni di formazione.
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Insegno solfeggio da sempre. Prima privatamente, poi in Conservatorio, ho
insegnato a generazioni di allievi. Dopo un trentennio di insegnamento, invece
che godere dei frutti di una ricca esperienza conquistata sul campo, devo
confrontarmi con quotidiani problemi di gestione della materia. Fra i quali le
voci incontrollate: da svariati anni, ciclicamente, colleghi della materia
terrorizzati paventano (da parte ministeriale) la fine dell’insegnamento del
solfeggio. Almeno come noi lo intendiamo: esercizi di riconoscimento ritmico
molto complessi, esercizi di intonazione cantata quasi sempre poco attraenti
musicalmente, dettati di note strutturati su irte difficoltà teoriche (ma la
melodia?).
Altri invece si sentono giustamente esclusi dai livelli accademici e temono di
rimanere relegati nella formazione “di base”. Se è vero che solo in Italia si fa
il “solfeggio parlato”, è anche vero che solo in Italia si pensa che la Teoria
della musica sia pertinente solo alla fascia inferiore degli studi .
Come sempre, a mio parere, il giusto sta nel mezzo. Innanzitutto occorrono
verifiche sulla formazione degli Insegnanti di solfeggio, dentro e fuori il
Conservatorio, che su una materia tanto delicata e in divenire - un embrione
dell’individuo musicale che si forma - devono porsi in modo adeguato,
aggiornandosi, confrontandosi, e non dimenticando mai che si può far musica
anche con mezzi semplicissimi: il punto di partenza e di arrivo deve essere
sempre quello.
Poi la verifica delle competenze degli ammessi ai Trienni, tesa ad accertare con
severità una vera padronanza della lettura della musica, funzionale sia
all’esecutore che al futuro didatta.
Quindi un arricchimento della materia, inserita nel Triennio come
approfondimento di tematiche legate alla teoria musicale, all’approfondimento
della lettura cantata in chiavi moderne ed antiche, alla lettura a prima vista e
a più voci, alla conoscenza dei testi didattici e dei principali metodi
didattici esistenti.
Solo a queste condizioni, dividendo la materia in più livelli, adeguati anche
alle fasce d’età, si potrà parlare di vera formazione ritmica e dell’orecchio
musicale. Il vecchio Solfeggio Parlato può sicuramente andare in pensione, ma
deve essere necessariamente sostituito da un percorso più lungo, che conduca a
una approfondita padronanza del linguaggio musicale comune.
*referente del Coordinamento di Teoria e Solfeggio nel Conservatorio di
Milano |