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INTERVENTI

 

Tirocinio all’estero e esiti occupazionali

Una analisi sulla destinazione lavorativa di musicisti diplomati in Conservatori italiani che hanno svolto un tirocinio professionale con il progetto
Working with Music

 

di Sergio Lattes

 

Coordinamento del progetto: Lucia Di Cecca
Analisi statistiche e grafici: Emanuele Della Camera, Gianrico Di Fonzo

alla redazione del questionario hanno contribuito Giunio Luzzatto e Stefania Mangano, dell'Università di Genova


marzo - aprile 2015

______________________


Indice

Parte prima:  presentazione della ricerca

1.1 Premessa
1.2 Il questionario
1.3 Il campione

Parte seconda: gli esiti occupazionali

2.1. Alcune particolarità
2.2. Dove lavorano
2.3. Che lavoro fanno
2.4. Tipi di rapporto di lavoro, e reddito
2.5. Coerenza fra titolo di studio, tirocinio e lavoro

Parte terza: il feed-back sul tirocinio Working with Music

3.1. Il tipo di istituzione ospitante
3.2. Il tipo di tirocinio
3.3. Rapporto fra tirocinio e lavoro
3.4. La valutazione del tirocinio

Conclusione: alcune considerazioni

*******

 

Parte prima: presentazione della ricerca

1.1. PREMESSA

 Questo lavoro nasce in occasione della conclusione della quarta edizione del progetto Working with Music, coordinato dal Conservatorio di Musica di Frosinone e condotto nell’ambito del Programma europeo Leonardo da Vinci. Il progetto, nato nel 2010, ha il fine di dare a giovani diplomati di Conservatori di Musica italiani la possibilità di realizzare esperienze di tirocinio professionale in Europa. Nell’arco dei primi 4 anni di vita il progetto ha coinvolto gli istituti superiori musicali di 10 città (Bari, Genova, L’Aquila, Monopoli, Padova, Torino, Trieste, Verona, Livorno oltre a Frosinone che del progetto è capofila) e ha consentito finora a 127 giovani musicisti italiani di svolgere tirocini in Europa. Sono strumentisti, pianisti accompagnatori e maestri sostituti, cantanti, musicoterapisti, jazzisti, tecnici del suono, compositori, direttori d’orchestra. Si sono recati presso teatri, orchestre, conservatori di musica, accademie, università, festival, ospedali, centri di riabilitazione, chiese, studi di registrazione, organizzazioni musicali di vario genere.

Nella ricerca sono stati coinvolti i giovani che avevano terminato il tirocinio entro l’estate del 2014, allo scopo di ricevere risposte che non nascessero dall’entusiasmo di una esperienza appena conclusa ma che fossero comunque maturate dal tempo. Nel periodo febbraio-marzo 2015, 82 di questi giovani hanno risposto a un questionario su alcuni aspetti della loro esperienza. Il questionario è stato predisposto da chi scrive e da Lucia Di Cecca, coordinatrice di Working with Music, e supervisionato da Giunio Luzzatto, professore emerito dell’Università di Genova, autorevole esperto di valutazione universitaria. Due giovani laureandi in Statistica dell’Università La Sapienza di Roma hanno contribuito all’analisi statistica dei dati emersi dal questionario, e alla compilazione dei grafici che seguono.

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1.2. IL QUESTIONARIO 

Il questionario si prefiggeva l’obiettivo di mettere in relazione l'esperienza di tirocinio compiuta in Europa, attraverso il progetto Working with Music, con l'attuale condizione professionale/occupazionale di ciascun partecipante.

Le informazioni richieste riguardavano essenzialmente:

1)      Il profilo professionale-musicale di ciascun diplomato, determinato dal suo titolo di studio musicale (o dai suoi titoli di studio musicali), e gli altri eventuali elementi significativi della sua formazione;

2)      L’attuale collocazione lavorativa, e la sua attinenza con il settore musicale. In questo caso ulteriori informazioni riguardavano la sede (in Italia o all’estero, o in Italia e anche all’estero), il tipo di lavoro musicale svolto (insegnamento, performance, organizzazione/programmazione ecc.), le sue caratteristiche. In aggiunta, venivano richieste alcune informazioni sul tipo di rapporto di lavoro intrattenuto (contratto, prestazioni occasionali) e sul reddito ottenuto nell’anno 2013.

3)      Il ruolo che, a giudizio degli intervistati, il tirocinio realizzato aveva svolto nei confronti della successiva attività lavorativa. Di questo gruppo facevano parte domande sull’esistenza di tale relazione fra tirocinio e lavoro, e in caso positivo su alcuni aspetti di questa relazione: se il tirocinio avesse generato contatti utili per l’attività lavorativa, nuove competenze, nuove capacità di relazione con gli altri, e simili. Inoltre si chiedeva quanto tempo fosse trascorso dalla conclusione del tirocinio, e quale valutazione complessiva ne dessero gli interessati. Quest’ultima domanda prevedeva la possibilità di indicare per esteso sia quali fossero gli effetti positivi indotti dall’esperienza di tirocinio, sia quali fossero eventualmente i limiti di questi effetti o anche la totale assenza di effetti del tirocinio sulla successiva vita lavorativa.

 

Il questionario conteneva domande chiuse a risposta singola, domande chiuse a risposta multipla, domande a risposta aperta. Queste ultime hanno reso necessario un lavoro di “interpretazione” delle risposte per poterle classificare in gruppi relativamente omogenei. Poiché il lavoro di classificazione ha comportato la perdita della parte più schiettamente soggettiva delle risposte, ci ripromettiamo di riportare in altra sede tali risposte per esteso.

 

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1.3. IL CAMPIONE

 Come accennato in precedenza, il questionario ha raggiunto 82 partecipanti al progetto. Per dare a questo numero un significato quantitativo, si può rammentare che nell’A.A. 2013-14 (l’ultimo per il quale siano disponibili dati del Miur) l’intero sistema dell’alta formazione musicale italiano ha licenziato 1455 diplomati di II livello. Un campione di 82 diplomati rappresenta dunque poco meno del 6% del totale dei diplomati di II livello in un anno in tutta Italia. Dunque un campione non piccolissimo.

Per caratterizzare il campione si è preliminarmente proceduto a una classificazione della formazione degli intervistati. Poiché spesso i giovani musicisti conseguono molteplici titoli di studio in specialità diverse (per esempio diversi strumenti musicali, oppure uno strumento e il corso di Composizione o quello di Didattica delle musica, e così via) si è fatto ricorso al concetto di identità musicale. Tale identità coincide con il corso di studi seguito e il titolo conseguito, nel caso di coloro che hanno seguito una unica specialità musicale (per esempio uno strumento) e conseguito il relativo titolo di studio. Nel caso invece di molteplici specialità musicali e molteplici titoli di studio, si è cercato di evincere dalle altre sezioni del questionario appunto quella che si è definita identità musicale, cioè la caratterizzazione professionale predominante con cui il giovane musicista ha intrapreso il proprio percorso lavorativo.

Ciò premesso, le “identità musicali” dei partecipanti sono state rilevate come appare in questo grafico.

 

Qual è la relazione fra la composizione del nostro campione e l’universo dei diplomati di II livello in un anno in tutta Italia, che abbiamo scelto come termine di confronto?

Prima di rispondere a questa domanda, vanno ricordate alcune circostanze particolari. L’alta formazione italiana è tutt’ora in una fase di complicata transizione, per cui all’insieme dei diplomati di II livello si affiancano quello dei diplomati di I livello e quello dei diplomati secondo l’ordinamento previgente alla riforma, il quale seppure “ad esaurimento” continua a funzionare e a licenziare nuovi diplomati, e lo farà ancora per vari anni. A questi tre comparti si affianca l’insieme, più numeroso, degli studenti dei corsi pre-accademici, i quali ovviamente non conseguono diplomi ma attestati, e numericamente costituiscono oggi la grande maggioranza della popolazione dei Conservatori di musica. Fra tutti questi insiemi diversi abbiamo dunque scelto come termine di confronto soltanto quello dei diplomati di II livello nell’anno accademico 2013-14.

La seconda circostanza particolare che va rammentata è che le statistiche del Miur mostrano una straordinaria molteplicità di denominazioni per i titoli erogati dall’Alta Formazione. Chi si trovi, come a chi scrive è successo, a dover raggruppare i diplomati secondo le categorie di uso comune (pianisti solisti o accompagnatori/collaboratori, strumentisti ad arco o a fiato, compositori, musicisti che si occupano di nuove tecnologie e/o di attività in studio audio-video eccetera) si trova davanti a una vera e propria selva di denominazioni dei titoli, che in parte può derivare dall’evoluzione recente delle professioni musicali, e in parte probabilmente indica lo scarso coordinamento fra gli istituti nel dare alle stesse cose lo stesso nome.  

Ciò premesso, il confronto fra le “identità musicali” presenti nel nostro campione e quelle dell’universo dei diplomati è la seguente:

Come si vede, rispetto all’universo dei diplomati di II livello il campione WWM è sovradimensionato quanto a pianisti, musicoterapisti, organisti, arpisti, compositori, jazzisti, strumentisti ad arco, e lievemente per Nuove tecnologie. E’ invece sottodimensionato quanto a chitarristi, cantanti, strumentisti a fiato (rispetto al grafico precedente gli strumentisti jazz e i cantanti jazz sono raccolti in un unico insieme.) Nel quadro nazionale sono poi presenti altre identità o categorie di diplomati che nel nostro campione non sono rappresentate.

Si è inoltre raccolto il dato dell’eventuale possesso di un titolo universitario vero e proprio. Ricordiamo a questo proposito che in Italia, dopo la riforma del 1999, l’istruzione musicale terziaria è considerata equipollente sotto certi aspetti a quella universitaria, ed eroga titoli di studio che vanno denominati diplomi accademici di I e II livello, ma non lauree. I criteri dell’equipollenza, allo stato attuale, sono definiti dalla legge 228 del 24 dicembre 2012.

La percentuale di coloro che hanno conseguito anche una laurea è dunque nel nostro campione il 29%, cioè poco meno di un terzo. Manca nelle statistiche ministeriali un riferimento che consenta il confronto con l’universo dei diplomati per questo aspetto.

Abbiamo anche tenuto conto dei diplomati che avevano più titoli di studio in specialità diverse (in questo conto non abbiamo compreso i diversi livelli di uno stesso corso di studi, per esempio diploma accademico di I e di II livello in violino). Questo dato ammonta nel nostro caso al 38% del campione.  Come vedremo poco oltre, questo dato si è rivelato interessante e significativo nella sua relazione con il successo lavorativo.

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Parte seconda

GLI ESITI OCCUPAZIONALI

 

Il 71% degli intervistati dichiara di lavorare attualmente in ambito musicale, e il 21% di lavorare almeno in parte in ambito musicale. Solo 7 persone (meno del 10%) dichiarano di non lavorare attualmente in ambito musicale.

Questo dato certamente non può essere generalizzato all’universo dei diplomati, e non solo per la diversa composizione del campione. Va considerato che i giovani musicisti che hanno avuto accesso al progetto Working with Music sono stati selezionati dai meccanismi di reclutamento del bando. Ma soprattutto sono stati soggetto di una autoselezione: per decidere di proporsi per un tirocinio professionale all’estero occorre una seria motivazione, una certa capacità di auto-valutazione, la disponibilità a separarsi per un periodo dal proprio contesto di vita e di relazione, un certo livello di competenza linguistica e così via. Tutto ciò sembra autorizzare l’ipotesi che questi giovani costituiscano in qualche modo una minoranza avanzata sotto vari punti di vista, piuttosto che un campione rappresentativo della generalità dei diplomati. E quindi probabile che il 92% per cento che nel campione WWM risulta lavorare, in tutto o in parte, in ambito musicale possa non trovare riscontro a livello nazionale.

Questa ipotesi dovrebbe naturalmente essere verificata. Ma questo attualmente non risulta possibile perché non esistono dati ufficiali sul follow-up lavorativo dei diplomati dei Conservatori italiani.

 

2.1. ALCUNE PARTICOLARITA’

La piccola minoranza che non lavora in ambito musicale è costituita da 7 intervistati, dei quali

      1 proviene da Nuove Tecnologie
     
2 da Archi
      3 da Pianoforte
      1 da Canto

Alcune osservazioni vanno fatte a proposito dei pianisti, che come abbiamo visto costituiscono la maggioranza relativa (22%) del campione WWM. Coloro che hanno un titolo come accompagnatore o collaboratore sono

      il 50% dei pianisti nel campione WWM
      il 14% dei pianisti nell’universo dei diplomati di II livello 2013-14

I pianisti che hanno conseguito il titolo come accompagnatore o collaboratore sono dunque molto più presenti nel campione WWM che non in ambito nazionale. Questo dato può avere diverse interpretazioni. Ciò che però va osservato subito è che i pianisti che non lavorano in ambito musicale hanno tutti conseguito il titolo accademico come «solisti» o come «interpreti» o come «concertisti». Viceversa e specularmente, nessuno fra i pianisti che hanno conseguito il titolo come accompagnatore o collaboratore risulta musicalmente disoccupato.


Un secondo tema che richiama una particolare attenzione è quello delle attività che abbiamo chiamato di
gestione: organizzazione, programmazione artistico-culturale.

Oltre un quarto del campione dichiara di avere nella propria vita lavorativa anche una componente di management, o di organizzazione, o di programmazione artistica. Questo dato, di per sé evidente e incontrovertibile, si offre a interpretazioni diverse. Certamente uno dei fattori che concorrono a formarlo è la crescente caratteristica di autoimprenditorialità che le professioni musicali vanno assumendo, obbligando il musicista a formarsi una serie di competenze necessarie per essere imprenditore di se stesso. Per altro verso bisogna evocare una evoluzione generale dell’organizzazione musicale, che vede competenze di tipo manageriale dislocarsi ben al di là delle professioni che tradizionalmente le richiedono (direzione artistica e simili): qualcosa come una imprenditorialità diffusa, e vieppiù diffusa man mano che si vengono indebolendo i presìdi tradizionali dell’organizzazione musicale: teatri e orchestre stabili, con personale dipendente.

Ebbene, se consideriamo i corsi di diploma specificamente vocati al Management musicale/culturale nei Conservatori italiani, i diplomati 2013 sono 8, ossia lo 0,55% del totale. Questo dato riguarda coloro che sono (presumibilmente) avviati verso una professione in primo luogo manageriale.

Ma quanti degli altri 1447 diplomati (il restante 99,45% del totale) hanno incontrato almeno una volta, nel loro percorso di studi, discipline afferenti la gestione culturale della musica? Per rispondere a questa domanda occorrerebbe compiere una ricerca, certamente molto complicata, nella sterminata congerie dei piani di studio di tutti gli istituti.

Certamente tuttavia non è azzardato ipotizzare che si tratti di una frazione molto modesta, che non collima con la diffusione che abbiamo appurato (fino al 25%) delle competenze di tipo gestionale nella professione musicale. In altri termini appare credibile l’ipotesi che questa specifica angolazione degli studi musicali sia fortemente sottovalutata e sottodimensionata nei Conservatori.

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2.2. DOVE LAVORANO

 

 

Questo grafico indica che:

·         quasi un terzo dei giovani che hanno svolto un tirocinio all’estero svolge oggi la sua vita lavorativa esclusivamente all’estero;

·         un ulteriore quarto del campione svolge comunque attività all’estero. Si tratta probabilmente per lo più di persone che vivono in Italia e hanno mantenuto contatti e attività all’estero;

·         L’estero è dunque presente nella vita professionale di oltre metà del campione.

 

Il grafico successivo indica il lavoro solo in Italia/solo all’estero/in Italia e all’estero distinguendo fra le diverse «identità musicali».

 

Se escludiamo i casi di Chitarra, Organo e Musicoterapia che sono numericamente molto piccoli e quindi meno attendibili in senso statistico, si vede che i musicisti che si occupano di Nuove Tecnologie sono quelli che più di tutti hanno trovato lavoro all’estero. I pianisti (che, ricordiamo, nel nostro campione sono tutti anche accompagnatori o collaboratori) sono invece il gruppo che più di tutti lavora sia in Italia che all’estero. Compositori e cantanti seguono, non troppo discosti. I jazzisti invece sono il gruppo che lavora di più solo in Italia. Questo dato potrebbe far pensare (sorprendentemente?) che il nostro Paese offra più chances ai jazzisti che non ai musicisti “classici”.

Più in generale, il dato che richiama l’attenzione è che oltre il 30% dei diplomati del campione è andato a lavorare definitivamente, o quanto meno per un lungo periodo, all’estero.

Questo dato si presta a considerazioni diverse. Una prima è che – verosimilmente - i nostri giovani non sono meno preparati di quelli di altri Paesi, e possono venire valorizzati anche in Paesi considerati musicalmente più avanzati del nostro (beninteso, anche questo deve riferirsi al campione esaminato e non può considerarsi esteso ai diplomati su scala nazionale).

Una seconda possibile lettura, di segno diverso, è che questo dato costituisca invece un problema. Un problema per gli interessati: a molti non piace dover emigrare per trovare lavoro. Un problema per il Paese: la  perdita di talenti e di menti, e una pesante perdita economica. Dall’inizio al compimento degli studi la formazione di un giovane qualificato costa al contribuente molto denaro, e questo investimento - anziché ritornare nel tempo - viene donato senza contropartita a un altro Paese.

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2.3. CHE LAVORO FANNO

Nel chiedere il tipo di attività lavorativa svolta, il questionario offriva la possibilità di risposta multipla. Una volta escluso il piccolo gruppo che non svolge lavoro musicale, più di 4/5 degli intervistati hanno dichiarato di svolgere, nell’ambito del proprio lavoro, più tipi di attività (è quella che in inglese si usa chiamare portfolio career). Questo dato può essere interpretato in modi molto diversi ma sembra in ogni caso prevalente, e indicativo dell’attuale condizione lavorativa.

Il secondo dato da osservare è che il 75% (3 su 4) ha indicato l’insegnamento come presente fra le proprie attività lavorative, e una percentuale lievemente maggiore ha incluso la performance fra le proprie attività (nel caso dei pianisti abbiamo considerato come performance anche l’attività di collaborazione/accompagnamento). Va rilevato anche che oltre un quarto del campione ha indicato che nel proprio lavoro è presente la componente di tipo organizzativo/gestionale.

Con percentuali più basse sono state indicate anche altre attività. 10 intervistati hanno indicato presenti nel proprio lavoro attività compositive; altrettanti hanno incluso attività in studio audio/video; 6 hanno dichiarato di svolgere anche attività musicoterapiche; 5 di operare anche nel sociale.

Ancora qualche osservazione. Solo 2 compositori su 5 hanno indicato la composizione come parte del proprio lavoro. Hanno però dato la stessa indicazione anche 3 jazzisti, 2 diplomati in Nuove Tecnologie, 2 strumentisti ad arco, 1 strumentista a fiato, 1 musicoterapista, 1 organista. Questo dato sembra particolarmente interessante: mentre il mestiere di “compositore puro” sembra restringersi a pochi casi, e i diplomati in Composizione vanno a fare anche lavori diversi, viceversa competenze compositive sembrano diventare parte integrante dell’attività di musicisti il cui profilo professionale tradizionalmente non incrocia il corso di Composizione. Infatti dei casi citati solo Nuove tecnologie (per alcuni profili formativi e non per tutti) e Organo contengono elementi di Composizione nel loro percorso formativo. Nel Jazz in modo costititutivo la composizione e l’esecuzione sono più vicine fra loro che nella prassi “classica”. Non è scontata invece la presenza di competenze e di attività compositive nel caso degli strumentisti ad arco e a fiato, e dei musicoterapisti. Si tratta di un dato che potrebbe costituire utilmente oggetto di riflessione in sede accademica.

Analogamente, il numero degli intervistati che hanno dichiarato anche attività di musicoterapia è superiore a quello dei musicoterapisti perché comprende anche un cantante e un jazzista; e il gruppo che lavora anche in studio audio/video comprende, oltre ai diplomati in Nuove Tecnologie (salvo uno che è rimasto all’estero a fare un dottorato, e di questo parleremo più avanti) anche 3 jazzisti e 2 strumentisti classici: probabilmente in veste di esecutori. Anche queste indicazioni potrebbero essere oggetto di riflessione in ambito accademico.

 

Il grafico seguente scompone i dati in funzione delle “identità musicali”, e indica quale spazio i diversi tipi di attività occupano nel lavoro dei diversi tipi di musicista. 

 

 

Come si vede la performance occupa al 100% il lavoro dei diplomati in Nuove Tecnologie (per i quali s’intende come performance l’attività in studio di registrazione), ma anche costituisce quasi la metà della vita professionale degli strumentisti e dei cantanti. E’ minore, comprensibilmente, per i compositori e i musicoterapisti (per questi ultimi l’attività performativa va intesa nel senso stretto di esecuzione musicale, e non di svolgimento dell’attività musicoterapica che offriva una casella ad hoc).

Attività di tipo didattico sono presenti per tutti, salvo Nuove Tecnologie, con una punta più alta per compositori. Come accennato prima, in quasi tutti i profili è presente la componente delle attività di tipo gestionale/organizzativo, e a questo proposito rinviamo alle osservazioni formulate a pag. 7-8.

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2.4. TIPI DI RAPPORTO DI LAVORO, E REDDITO

La lettura e la valutazione di questi dati si prestano facilmente ad errori di valutazione, e questo principalmente perché le indicazioni richieste nel questionario erano molto sommarie.

In particolare, era richiesto di indicare se lavorano con contratto, con prestazioni occasionali, o in entrambe le forme.

Le espressioni “contratto” e “prestazione occasionale” inducono a pensare rispettivamente a lavoro stabile, e lavoro precario. Così non è: hanno indicato di lavorare a contratto persone che poi risultavano aver fatto una supplenza di due settimane in una scuola. Viceversa, hanno indicato di lavorare solo a prestazione occasionale persone che, se si leggono con attenzione altri dati, hanno probabilmente avviato una libera professione economicamente ben strutturata. Occorre perciò leggere questi dati tenendo conto di queste ambiguità.

Anche i dati sul reddito non sempre appaiono attendibili, e qualche volta contraddicono patentemente altre indicazioni fornite. Inoltre, in linea generale si può ipotizzare una certa ritrosia a dare questo tipo di informazioni.

Ciò premesso,

      il 16% del campione dichiara di lavorare a contratto.

      il 37% dichiara di avere sia rapporti a contratto che prestazioni occasionali.

      il 43% dichiara di avere solo prestazioni occasionali.

      qualcuno non ha risposto.

 

Esaminando più partitamente i dati, e riferendoli alle diverse “identità musicali”:

 

Quanto al reddito…

      Più della metà indica, per l’anno 2013, un reddito da lavoro musicale inferiore a 5000 euro.

      Il 22% indica un reddito compreso fra 5 e 10.000 euro.

      Il 12% indica un reddito superiore a 10.000 euro.

      Il numero di coloro che non hanno risposto coincide con quello di coloro che non hanno lavoro musicale.

 

Pur con la riserva sui dati relativi al reddito che abbiamo espresso poc’anzi, non si può sottrarsi all’impressione che si tratti comunque di redditi molto bassi.

 

Mettendo i dati sul reddito in relazione con le identità musicali:

 

Anche qui teniamo poco conto dei chitarristi, organisti e musicoterapisti che sono gruppi molto piccoli. Per tutti gli altri la colonna blu (reddito inferiore a 5000) sopravanza quella arancione (reddito oltre 5000), con il caso estremo dei cantanti, mentre si “salvano” i jazzisti, dove per gli strumentisti le due colonne si avvicinano, e nel caso dei cantanti i casi di reddito più alto sopravanzano quelli di reddito più basso.

Un altro dei dati raccolti ci permette di mettere in relazione il reddito con l’anzianità di conseguimento del titolo.

Fermo restando che si tratta di redditi non soddisfacenti, il guadagno è migliore oltre 3 anni dal conseguimento del titolo, mentre i redditi molto bassi prevalgono quando l’anzianità del titolo è compresa fra 1 e 3 anni.

 

Più interessante risulta l’analisi del dato successivo, cioè la relazione fra reddito e avere/non avere più titoli di studio musicali (eterogenei, non si considerano i diversi livelli di un medesimo corso di studi).

Questo grafico sembrerebbe autorizzare l’interpretazione che il possesso di una formazione musicale più ricca ed eterogenea abbia un’influenza sul successo lavorativo.

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2.5. COERENZA FRA TITOLO DI STUDIO, TIROCINIO E LAVORO

L’incrocio e l’interpretazione dei dati hanno consentito di fare alcune ipotesi su questi temi. Beninteso si fa affidamento sui dati disponibili, cioè sulle dichiarazioni degli intervistati laddove descrivono il proprio lavoro.

Stando a questi dati, il tirocinio svolto con il progetto WWM appare coerente con il titolo di studio nell’89% dei casi, e il lavoro attualmente svolto appare coerente con il titolo di studio nel 90% dei casi.

Questi risultati estremamente soddisfacenti non possono certamente essere generalizzati all’universo dei diplomati italiani. E questo per due ragioni. La prima è l’insieme di considerazioni richiamate all’inizio di questo capitolo (pag. 6, secondo capoverso), che inducono a pensare che i diplomati WWM siano in qualche modo un’aristocrazia rispetto alla generalità dei diplomati.

La seconda ragione che ci impedisce di generalizzare questi risultati è anch’essa già stata espressa, ed è l’assenza di qualsiasi dato sugli esiti occupazionali nelle statistiche ministeriali.

In tema di coerenza fra titolo di studio e lavoro un caso particolare è quello dei pianisti. Considerando che il loro lavoro attuale comprende sempre l’accompagnamento/collaborazione, se consideriamo coerente il solo titolo di studio di «accompagnatore» o «collaboratore» e non il generico diploma in Pianoforte (che comprende gli indirizzi variamente denominati come “concertistico”, “solistico”, “interpretativo” e simili), allora la coerenza titolo di studio/lavoro scende intorno al 50%. Questa percentuale, come si ricorderà, coincide con quella dei pianisti che, nel campione, hanno conseguito il titolo di accompagnatore o collaboratore.

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Parte terza

IL FEED-BACK SUL TIROCINIO WWM

 

3.1. IL TIPO DI ISTITUZIONE OSPITANTE

Il primo dato che andiamo a esporre è quello dei tipi di istituzioni nelle quali si sono svolti i tirocini Working with Music degli 82 intervistati. Il grafico seguente illustra le proporzioni fra i diversi tipi di istituzioni ospitanti.

 

 

 

3.2. CHE TIPO DI TIROCINIO

Il questionario chiedeva quindi di definire liberamente il tipo di tirocinio effettuato. Quasi tutti hanno indicato di avere svolto diversi generi di attività. Le descrizioni erano libere, ma abbiamo potuto radunarle nei seguenti tipi:

      Tirocinio didattico
     
     «          esecutivo
           «          gestionale
           «          compositivo
           «          tecnologico
           «          musicoterapico
           «          musicologico

Il grafico qui di seguito riporta l’indicazione che ciascuno di loro ha messo per prima.

 

 

3.3. RAPPORTO FRA TIROCINIO E LAVORO

Il questionario chiedeva di indicare se l’intervistato riteneva che ci fosse un rapporto tra il tirocinio svolto con Working with Music e il lavoro successivo. Questa domanda ha incontrato l’83% di risposte affermative.

E’ stato poi chiesto per quali ragioni il tirocinio sia stato d’aiuto per il lavoro svolto successivamente. Questa domanda ammetteva varie risposte, che sono sintetizzate nel grafico che segue.

 

 

Alla successiva domanda, quali competenze in particolare avesse fornito l’esperienza di tirocinio, le risposte possibili erano multiple e qui sono indicate quelle che sono state fornite come prima indicazione.

[Nb: art/prof sta per artistico/professionali]

Come si vede, anche qui una percentuale non trascurabile (6%) del campione ha indicato come prima indicazione l’acquisizione di competenze di tipo gestionale.

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3.4. LA VALUTAZIONE DEL TIROCINIO

E’ stato chiesto infine agli intervistati di esprimere una valutazione del loro tirocinio, scrivendo liberamente.  

Gli intervistati avevano a disposizione 3 campi liberi, non in alternativa fra loro:

     «Oggi pensi che il tuo tirocinio abbia avuto effetti positivi, perché…»
    
«Oggi pensi….avuto effetti limitati, perché…»
     «Oggi pensi…avuto nessun effetto, perché…»

e potevano quindi scrivere in più di un campo.


Questi i risultati, quanto a utilizzo dei 3 campi:

      Il 90% degli intervistati ha riempito il campo «Oggi pensi…effetti positivi».
     
Il 16% ha riempito sia il campo «effetti positivi» sia il campo «effetti limitati».
      L’8% ha riempito solo il campo «effetti limitati».
      2 intervistati hanno riempito sia il campo «effetti limitati» sia il campo «nessun effetto».
      Nessuno ha riempito solo il campo «nessun effetto»


Non è possibile qui riferire la molteplicità delle risposte, alcune delle quali sono molto lunghe. Abbiamo però cercato, sforzandoci di non distorcerne il senso, di accorparle in gruppi più o meno omogenei.

Le risposte del 90% che ha riempito il campo “Oggi valuti positivamente gli effetti della tua esperienza di tirocinio, perché…” possono essere così classificate:

 

Da notare il piccolo gruppo che ha trovato nel tirocinio l’opportunità di studi ulteriori: si tratta del terzo livello degli studi, il dottorato di ricerca, che nell’alta formazione musicale italiana non è stato attivato e pertanto può essere svolto solo all’estero.

Il 24% degli intervistati ha compilato il campo “Oggi pensi che la tua esperienza di tirocinio abbia avuto effetti limitati, perché…”. Ricordiamo che questa domanda non era in alternativa alla precedente (effetti positivi), tant’è che due su tre fra coloro che hanno compilato questo secondo campo avevano compilato anche il primo.

Le motivazioni di coloro che pensano che il tirocinio abbia avuto effetti limitati sono riassumibili come indicato dal grafico seguente.

 

Va osservato in particolare che la risposta “non ci sono state ricadute o conseguenze lavorative/manca il lavoro in Italia” (che è maggioritaria in questo grafico) non è molto dissimile dalla risposta “ho trovato nel tirocinio la spinta per rimanere all’estero/ho trovato possibilità che non avrei avuto in Italia”, presente nel campo effetti positivi con il 4%. La somma di queste risposte abbastanza simili distribuite nei due campi costituisce un significativo 16% degli intervistati. Se ne deduce che l’aver trovato lavoro all’estero è stato talvolta valutato allo stesso tempo positivamente (aver trovato lavoro) e negativamente (averlo trovato all’estero e non in Italia).

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CONCLUSIONE: ALCUNE CONSIDERAZIONI

Il bilancio del progetto Working with Music, quale emerge dalle risposte al questionario, è certamente di gran lunga positivo. In particolare va ricordato che Il 90% degli intervistati ha attribuito al proprio tirocinio effetti positivi sul lavoro trovato in seguito.

 Inoltre:

      Il 92% lavora in tutto o in parte in ambito musicale.

      Il 90% ritiene di avere un lavoro coerente con la formazione ricevuta.

      Per il 56% di loro l’estero è parte integrante della propria vita professionale.

 

Rimangono tuttavia aperti alcuni problemi di fondo, che dal questionario emergono con chiarezza.

I dati sul reddito, per quanto limitatamente attendibili, suggeriscono una collocazione lavorativa insoddisfacente.

La forte percentuale di emigrazione non può non essere intesa come un problema, e ne abbiamo fatto cenno più sopra. Certo è che questo dato non appare oggi specifico del settore musicale. Se ne legge ampiamente sulla stampa, è presente nel discorso politico, è emerso agli occhi della pubblica opinione. Non è appunto un problema dei giovani musicisti più di quanto sia un problema dei giovani italiani, cioè del Paese.

Rimane in chi s’interessa al destino dei giovani musicisti italiani il disagio per l’indisponibilità di dati ufficiali del Miur sugli esiti occupazionali dei diplomati dei Conservatori. E’ come dire che, sedici anni dopo la riforma, il sistema dell’alta formazione musicale non conosce i risultati della propria attività, e quindi le ragioni della propria esistenza.

In questo senso l’iniziativa di monitoraggio intrapresa dal progetto Working with Music sul piccolo campione dei propri partecipanti, se certamente nei risultati non è generalizzabile alla totalità dei diplomati italiani, è tuttavia un primum, e c’è da augurarsi che possa incoraggiare l’avvio di un processo virtuoso.

 

Aprile 2015

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