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I quaderni della riforma/Strumentisti
Le risposte di
MARIO PATUZZI
Mario Patuzzi, allievo di Maria Gennari, Bruno
Mezzena, Orazio Frugoni. Nel 1972 Diploma di pianoforte al Conservatorio di
Trento. Premiato ai concorsi di Monza, Treviso, Livorno, Taranto, Vercelli,
Trieste e Varallo Sesia, nel 1977 è classificato primo a Monaco di Baviera.
Allievo di Andrea Mascagni e di Renato Dionisi, nel 1983 Diploma di composizione
al Conservatorio di Trento. Dal 1970 intensa attività concertistica
internazionale come pianista. Dal 1972 titolare della cattedra di pianoforte
principale al Conservatorio di Trento, dal 1982 a quello di Piacenza e dal 1992
a quello di Como, dove tiene anche i corsi accademici di storia e analisi
del repertorio, di storia e costruzione del pianoforte.
Molti fra i fautori della riforma consideravano
necessaria una migliore formazione musicale dello strumentista al di là dello
studio dello strumento, più di quanto fosse previsto dall’ordinamento del 1930.
I nuovi percorsi comprendono dunque armonia, analisi, storia, e la presenza di
Teoria della musica e di Esercitazioni corali anche nel periodo superiore. Qual
è la tua opinione in proposito?
Ottima idea!
Il nuovo assetto didattico prevede che la
competenza dell’insegnamento dello strumento si articoli su più discipline. Per
esempio: Prassi esecutive e repertori (che è il vero e proprio insegnamento
dello strumento), Metodologia dell’insegnamento strumentale, Trattati e metodi,
Letteratura dello strumento, Fondamenti di storia e tecnologia dello strumento,
Tecniche di lettura estemporanea, Improvvisazione allo strumento.
Tutte queste discipline – o meglio quelle che ogni istituzione sceglierà – sono
di competenza dei docenti dello strumento “principale”. Tuttavia è prevedibile
che lo studente le studi sotto la guida di diversi docenti dello stesso
strumento.
Come vedi questa articolazione su più discipline della competenza strumentale?
Positiva, ma non tutte queste discipline dovrebbero esser obbligatorie: dipende
dallo sbocco professionale al quale lo studente ambisce.
E come vedi l’ipotesi che i tuoi studenti studino
questi altri aspetti dello strumento con altri colleghi, docenti dello stesso
strumento?
Indispensabile!
Uno dei motivi di diffidenza da parte di non pochi
docenti di strumento verso il curricolo dell’alta formazione è il timore che lo
studio dello strumento possa perdere la centralità che ha nell’ordinamento del
1930.
Condividi questa preoccupazione?
No. Ma se desidera dedicarsi all’attività solistica, lo studente deve avere
anche il tempo per studiare.
La musica da camera assume
nel curricolo un ruolo che non vi aveva nell’ordinamento del 1930. Sia come
quantità, sia per la regolare verifica con esami.
Come giudichi questa innovazione dal punto di vista del docente di strumento (se
questo è il tuo caso) e da quello del docente d’insieme (se questo è il tuo
caso)? Potranno generarsi delle “contese territoriali”?
La
musica da camera è utilissima per tutti gli strumentisti. Assurda qualsiasi
“contesa territoriale”.
Pensi che le convenzioni fra Conservatori e Licei
per dar vita ai nuovi Licei musicali possano comportare un rischio di
“secondarizzazione” dei Conservatori, o portare a modificare in qualche modo lo
stato giuridico dei docenti?
In
questo campo regna grande confusione, sopra tutto nelle istituzioni. Stiamo
attenti a non fare scelte controproducenti. In ogni caso non si deve
assolutamente abbassare il livello artistico dei Conservatorî italiani,
faticosamente raggiunto e difeso.
Altro?
Solo un’accorata riflessione: noi Italiani siamo (fra) i migliori del mondo, sia
nell’arte, sia in molte altre attività. Dobbiamo combattere il nostro principale
difetto, l’autolesionismo e agire con il buon senso!
(marzo 2010) |